La scuola non è sola: costruire una rete intorno ai ragazzi

di Cristiana Casoni

Cosa succede quando un ragazzo comincia ad allontanarsi dalla scuola? E soprattutto quando è il momento giusto per intervenire?

Sono alcune delle domande che hanno attraversato l’incontro “Un sistema territoriale: il rapporto tra scuola e contesto sociale”, che si è svolto il 17 settembre a Palazzo Bisaccioni di Jesi, nell’ambito del Festival Le Vie del Benessere.

Un incontro che ha parlato di dispersione scolastica e disagio giovanile, ma che soprattutto ha provato a spostare lo sguardo dal singolo ragazzo alla rete di relazioni che gli sta intorno.

Ad aprire il confronto è stato Mauro Tarantino, Segretario Generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, che ha ripercorso il cammino attraverso il quale la Fondazione è arrivata a sostenere interventi di prevenzione nelle scuole.

Il punto di partenza erano i NEET, quei giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione. L’idea iniziale era raggiungerli direttamente, ma l’esperienza ha mostrato quanto diventi difficile intercettare un ragazzo quando è già uscito dai principali circuiti scolastici e formativi.

Da qui una scelta apparentemente semplice, ma decisiva: fare un passo indietro.

Non aspettare l’abbandono, ma cercare di arrivare prima.

Significa lavorare con le scuole quando i segnali sono ancora leggibili, quando un’assenza ripetuta, una perdita di motivazione o una difficoltà relazionale possono ancora diventare occasioni per comprendere ciò che sta accadendo.

È dentro questa prospettiva che si è sviluppata la collaborazione tra la Fondazione e Marche Studi, con interventi rivolti agli studenti nei territori di Jesi e Senigallia.

Guardare il ragazzo senza fermarsi al ragazzo

Nel suo intervento Patrizio Massi, psicologo e presidente di Marche Studi ETS, ha raccontato il lavoro nelle scuole attraverso una metafora efficace: quella di un viaggio del quale si conosce il punto di partenza, ma non sempre quello di arrivo.

Lavorare con gli adolescenti significa anche questo: entrare in situazioni che cambiano continuamente e nelle quali le risposte preparate in anticipo non sempre funzionano.

Un ragazzo può smettere di frequentare, isolarsi, diventare oppositivo o perdere interesse per quello che accade in classe. Fermarsi a quel comportamento, però, racconta solo una parte della storia.

Dietro possono esserci difficoltà familiari, fragilità personali, esperienze traumatiche, problemi relazionali, bisogni educativi, condizioni economiche o semplicemente passaggi della crescita diventati particolarmente faticosi.

Per questo la scuola è un osservatorio fondamentale, ma non può essere lasciata sola.

Servono famiglie, servizi sociali, professionisti, associazioni, imprese, agenzie per il lavoro, società sportive e tutte quelle realtà che, in modi diversi, incontrano i ragazzi nel corso della loro giornata.

Massi le ha descritte come pezzi di un puzzle. Spesso i pezzi ci sono già. La vera difficoltà consiste nel riuscire a farli parlare tra loro.

Probabilmente è qui che la parola “territorio” smette di essere un’espressione astratta e acquista un significato molto concreto.

Anche il lavoro può riaccendere la scuola

Uno degli aspetti affrontati durante l’incontro ha riguardato il rapporto tra scuola e mondo del lavoro.

Non tutti i ragazzi riescono a riconoscere le proprie capacità attraverso la didattica tradizionale. Per alcuni, un’esperienza concreta in azienda, un percorso duale o il confronto con un’attività professionale possono diventare il luogo in cui scoprono di saper fare qualcosa che fino a quel momento non avevano mai riconosciuto come una competenza.

È un passaggio importante perché supera una vecchia contrapposizione: “se non studi, lavori”.

Studio e lavoro non devono necessariamente stare agli estremi opposti. Possono dialogare.

L’esperienza pratica può restituire significato anche a ciò che si apprende sui banchi. A volte un ragazzo che nella scuola si sentiva fuori posto riesce, attraverso un contesto diverso, a rimettere in moto curiosità, motivazione e fiducia nelle proprie capacità.

È proprio questo uno degli obiettivi della prevenzione: non limitarsi a trattenere formalmente uno studente dentro la scuola, ma aiutarlo a ritrovare un posto nel proprio percorso.

A volte il risultato non è immediatamente un voto migliore.

Può essere un ragazzo che torna in classe dopo molte assenze, che partecipa a un laboratorio, che ricomincia a parlare con un insegnante o che riesce finalmente a immaginare qualcosa dopo la scuola.

Piccoli segnali, forse. Ma è spesso da lì che il futuro ricomincia a diventare pensabile.

Accompagnare senza sostituirsi

A riportare il discorso sulla responsabilità dell’intera comunità è stato infine Daniele Tassi, Presidente dell’ASP Ambito 9.

Scuola e famiglia occupano una parte fondamentale della vita dei ragazzi, ma attorno a loro esistono associazioni, società sportive, servizi, attività culturali e luoghi di aggregazione che possono contribuire alla loro crescita.

La difficoltà, ancora una volta, è riuscire a far lavorare insieme mondi che troppo spesso procedono separatamente.

Tassi ha richiamato anche un rischio che riguarda il modo in cui gli adulti cercano di proteggere i più giovani: quello di sostituirsi a loro.

Accompagnare non significa togliere ogni difficoltà dalla strada.

Significa esserci mentre quella difficoltà viene affrontata.

Anche un ostacolo, se vissuto all’interno di una relazione sufficientemente sicura, può diventare un’occasione per imparare, assumersi una responsabilità e scoprire di avere risorse che prima non si pensava di possedere.

Prevenire la dispersione scolastica non significa soltanto evitare che un ragazzo lasci la scuola. Significa costruire intorno a lui una comunità capace di accorgersi quando qualcosa sta cambiando, prima che la distanza diventi troppo grande.

Una comunità nella quale scuola, famiglia, servizi, associazioni, professionisti e mondo del lavoro non si limitino a stare uno accanto all’altro, ma imparino realmente a comunicare.

Perché nessuno cresce da solo e, di sicuro, nessuno dovrebbe essere lasciato solo proprio nel momento in cui sta cercando di capire quale direzione prendere.