La mia musica, la mia identità
Rap, teatro, comunità — come la musica apre i ragazzi all’espressione, alla fiducia e al dialogo tra generazioni.
Gen Z Vibes è condotto da Giulia Fabrizi, che ogni mercoledì dalle 15 alle 16 ospita i professionisti di Marche Studi per esplorare il mondo delle nuove generazioni. In questa puntata Giulia parla con Davide Borri, rapper, produttore ed educatore impegnato in laboratori musicali nelle scuole, e con Ornella Torresani, socia di Marche Studi, ricercatrice, facilitatrice e insegnante di italiano per stranieri con esperienza teatrale. Con loro c’è Ginevra, 18 anni, studentessa di liceo delle scienze umane e ginnasta agonistica. Al centro: perché la scuola fatica a coinvolgere i ragazzi, come la musica rap può diventare uno strumento pedagogico e cosa succede quando si dà a un giovane la possibilità di esprimersi senza essere giudicato.
“Il ragazzo che non parla mai e sta all’ultimo banco tira fuori un concetto profondo che lascia tutti sbalorditi. Le due ragazze che si stanno antipatiche si trovano a confrontarsi su una rima. La canzone è il mezzo — quello che facciamo è creare comunità.”
Highlights dall’intervista
Giulia Fabrizi · a Ginevra: che ruolo ha avuto la musica nella tua vita?
Ginevra · 18 anni, studentessa: alle medie mi ha aiutato tantissimo, faceva da specchio alle mie emozioni. Ascoltare canzoni tristi quando ero triste, paradossalmente, mi faceva stare meglio. Avevo un’artista di riferimento, Melanie Martinez. Adesso ascolto meno musica perché ho poco tempo, ma il legame è rimasto.
Giulia Fabrizi · a Ginevra: come descriveresti la scuola di oggi, nel modo in cui si relaziona con voi?
Ginevra: le metodologie che conosco sono quasi solo lezioni frontali e interrogazioni. Non ci sono attività didattiche alternative. Oggi una mia compagna si è messa a piangere per un periodo difficile in famiglia, e la professoressa ha ignorato la cosa, le ha detto solo di andare in bagno ad asciugarsi la faccia. Vedo pochi professori davvero interessati ai ragazzi. La mia prof di filosofia è diversa, valorizza noi come persone più che i voti, rimanda le interrogazioni quando serve. Con i docenti si passa tantissimo tempo: sarebbe bello costruire un altro tipo di rapporto.
«Non c’è neanche spazio per far emergere il nostro linguaggio, le nostre espressioni, perché i prof non sembrano interessati ad ascoltarci».
Giulia Fabrizi · a Davide: cosa trovi quando entri nelle scuole con i tuoi laboratori?
Davide Borri · rapper, produttore, educatore: trovo una piccola parte di docenti che sono degli eroi e lo dico sul serio, perché le situazioni scolastiche sono parecchio difficili da sostenere ogni giorno. E poi trovo un gran disinteresse comunicativo tra grandi e piccoli, che non nasce solo a scuola ma inizia nelle famiglie. Il laboratorio parte dalla cultura dell’hip hop, nata nel Bronx alla fine degli anni Settanta, per arrivare al rap, un linguaggio moderno che un ragazzo di dodici anni capisce. Da lì divento un interlocutore, non più il professore: posso parlare con loro di una canzone che hanno ascoltato ieri.
Giulia Fabrizi · a Davide: come funziona concretamente il laboratorio?
Davide Borri: ci si conosce, si fa un’introduzione alla cultura hip hop, poi si gioca per rompere il ghiaccio. Alla fine la classe sceglie un tema e scrive una canzone tutti insieme, ognuno deve ascoltare l’altro, perché i piccoli cervellini si fondono in qualcosa di più grande. Il testo viene restituito cantandolo insieme, nell’aula magna o, quando c’è una prof temeraria, portando i ragazzi in studio a registrare. Una volta una classe ha scritto una canzone sulla ricreazione tolta, il testo è stato ascoltato da tutta la scuola, ha aperto un dialogo con il consiglio d’istituto e alla fine la ricreazione fuori l’hanno ottenuta. Pensa che potere ha una canzone.
«Se parli puoi essere giudicato o non capito. Se canti, diventa un’altra cosa — è un’espressione blindata, progettata per attirare attenzione e ricevere ascolto. E ti fa sentire un figo».
Giulia Fabrizi · a Ornella: con Davide state lavorando anche con minori stranieri non accompagnati. Com’è andata?
Ornella Toresani · ricercatrice, facilitatrice, insegnante di italiano per stranieri: Davide ha portato il campionatore in classe, una macchina per fare musica con dei bottoni, così potevamo comunicare anche senza parole. Si è innescato qualcosa di incredibile: questi ragazzi, arrivati in Italia in condizioni che potete immaginare, hanno cominciato a trovare rime nella loro lingua e in italiano, e sono riusciti a far emergere le loro esperienze – positive e negative – con una semplicità disarmante. Io facevo da supporto linguistico e da scioglighiaccio con qualche tecnica teatrale. Davide ha fatto il resto.
Giulia Fabrizi · a Ornella: il teatro e il corpo, quanto contano quando si lavora con i giovani?
Ornella Toresani: moltissimo. Lavorare sulla fisicità e sulle emozioni insieme aiuta i ragazzi ad accettare un corpo che cresce e cambia, a sentirsi riconosciuti e visti. Nel teatro c’è un esercizio che misura il livello di fiducia raggiunto: buttarsi all’indietro mentre gli altri ti prendono. Quando un ragazzo riesce a farlo, si è davvero aperto. Da lì in poi riesce a esprimersi in modo completamente diverso. Lo stesso principio lo porto in azienda con lo yoga della risata: venti minuti di risata come esercizio fisico, e le barriere intergenerazionali si abbattono, le persone si guardano negli occhi con uno sguardo diverso.
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Radio Bla Bla Network · Gen Z Vibes – ogni mercoledì dalle 15 alle 16 o visibile in sreaming sul canale youtube.
Un ciclo pensato per chi lavora nelle scuole, per genitori, insegnanti ed educatori
che credono che ascoltare venga prima di valutare.
