Tullio Consalvatico, lo spirito della terra marchigiana
Istituto internazionale di Studi Piceni, 1957
Un testo donato a Patrizio Massi da Enrico Loccioni

L’aria è frizzante, pulita e sottile – l’hanno toccata appena, le campane, per sentirne la limpidità – e il marchigiano mattiniero la sente sul volto come una seconda acqua, che lo libera da un residuo di sonno, gli ravviva la vista, lo mette in immediato contatto con la realtà e lo rende casalingo.
La varietà delle colture, la direzione del podere fatta esperta dalla tradizione, danno al marchigiano una saggezza, un senso di responsabilità, che tanto contribuiscono a caratterizzarlo.
I fiumi scendono tra betulle esili, acacie, vetriche e alberi carichi di verde, e le cittadine gettano, su queste vene azzurre, archi di ponte come anelli di sposa.
Le strade offrono ombra e fonti e frutta appena si staccano dalla rudezza di qualche monte, e quando non avessero questo, hanno una memoria: ogni pietra è una pagina di storia e se trovate una contrada senza un ricordo, passate oltre: essa non è marchigiana.
Anche le più umili chiese hanno un’opera d’arte e, spesso, un chiostro in cui i rumori della città si purificano prima di toccare l’urna del Santo.
Le città mediovali, ancora intatte, assorte nelle memorie, percorse dal palpito del futuro, rapidamente si snodano verso le pianure per cogliere le soste dei treni e sentire il polso delle strade asfaltate.
I palazzi conservano una dignità ecclesiastica, mentre nei punti più alti e solitari guardano mute le torri, aureolate dai falchi.
Quando, al mattino, il sole le libera dalle nebbie, che le hanno tenute avvolte durante la notte come una bambagia, sembra che le antiche mura siano sospese nell’aria e che la fuga delle sale, di sull’infinito.
Perchè le Marche siano rimaste così mute ed estranee al mondo, che pur premeva intorno, ce lo dice la sua terra: essa non ha addentellati: appoggiata allo schienale degli Appennini, stende al sole i suoi colli e si accosta dolcemente al mare per ricevere la carezza delle onde; là, si alza il monte Conero come un indice, per dire che le Marche sono al centro d’Italia.
Percorrendo la linea adriatica si guarda sempre verso il mare, perché la terra che ha un ondulare soave sembra plasmata col palmo della mano, e non si offre al primo sguardo.

