Intervista doppia
Marche Studi propone questa doppia intervista tra il nostro presidente Patrizio Massi e Gastone Pietrucci storico ricercatore di tradizioni e canti popolari, fondatore del gruppo La Macina.

RISPONDE PATRIZIO MASSI
«La storia dei lavoratori di territorio specifico che, tramite la musica e la canzone, hanno deciso di esprimersi e hanno tratto ispirazione dall’humus delle popolazioni che godono dell’opportunità di vivere nei borghi con le loro stratificazioni culturali. Mi sono chiesto: Qual è la voce del borgo?»
Mi parli di come vivi la musica come viaggio geografico?
La musica è il suono, la colonna sonora dei viaggi quotidiani, spostandosi da un territorio all’altro il suono degli accenti e del dialetto, hanno una loro musicalità che contraddistingue quella città, quel paese, quel borgo, chi lo ha attraversato nei tempi e chi lo vuole vivere.
Le canzoni, le poesie e le filastrocche che hanno avuto maggior significato per gli attori della borgata. Il suono di un tamburo, di una fisarmonica sono strumenti di operazione del quotidiano che possono descrivere la vita nelle sue dimensioni di cambiamento.
Ho cercato di essere sempre più attento all’adattamento di un testo a una musica data e esistono pratiche popolari nelle quali la musica viene creata su un testo dato.
La storia dei lavoratori di territorio specifico che tramite la musica, la canzone hanno deciso di esprimersi e hanno tratto ispirazione dall’humus delle popolazioni che godono dell’opportunità di vivere nei borghi con le loro stratificazioni culturali. Mi sono chiesto: “Qual è la voce del borgo?”
Mi parli di come vivi la musica come viaggio dell’anima?
La musica porta situazioni musicali, suoni vocalici, accenti, struttura strofica, curva melodica del parlato della propria lingua e di quella che sto scoprendo, mi avvicina maggiormente al rapporto fra musica e testo, fra musica e poesia. Sento di arrivare maggiormente all’esistenza della canzone, del canto popolare. In Italia da qualche decennio abbiamo un ritorno di attenzione al tema del rapporto della canzone con la poesia, quindi sono stato più attento ai sintomi personali e del territorio. La poesia ha giocato un ruolo chiave è un ponte di dialogo tra le varie culture. Leggere poesie che hanno dentro una forte musicalità, in ogni territorio troviamo una lingua, sento un cinema vivo. La ricerca di oralità è stato un obiettivo, ascoltare il puzzle delle lingue locali.
Come avete scoperto il patrimonio materiale e immateriale della cultura marchigiana?
Ho conservato articoli, libri, fotografie storiche e che ho scattato viaggiando nei borghi.
I primi articoli sono del 1984. Cercare chi ha una grossa formazione culturale e la mette al servizio della creazione di un repertorio per formare una memoria collettiva. Individuare settori differenti della società è possibile tramite la poesia. Anni fa al Club Tenco è stato dibattuto se la poesia si deve musicare, penso che possa essere uno strumento diretto per chi non ha un approccio facile alla poesia. Le canzoni vanno ascoltate a volte più ne parliamo più diventa difficile.
Qual è l’emozione quando si ha la possibilità di maneggiare materiale storico, ma non solo anche narrazioni personali e di comunità?
Sento di essere coinvolto in qualcosa di più ampio, più vasto, piccolo nel vasto e desideroso di portarlo fuori, come uno scambio etnico.
Entrambi avete un gruppo di ricerca che vuole andare verso le azioni per il territorio, lo potreste descrivere?
Penso che studiare i momenti di cambiamento delle persone, in particolare di chi vive nei borghi sia un aspetto fondamentale per poter esprimere i propri bisogni e necessità sociali e psicologiche. Sicuramente si incrociano anche culture differenti, movimenti di canzone popolare che dentro le tradizioni poetiche dei territori hanno trovato uno dei principali segni di identità.
Cosa significa essere generosi?
Dare all’altro, a volte anche senza sapere chi è quello che abbiamo per generarsi nuovamente, penso che per poterlo fare bisogna bene, avere allenato anche il muscolo della gratitudine, pensando alle persone che hanno influito positivamente sulla nostra vita.
Cosa pensate di avere in comune?
La curiosità, l’amore per il territorio, le relazioni, il fascino delle persone che si incontrano.
Cosa ricordate l’uno dell’altro dei vostri incontri?
Due curiosi che si guardano negli occhi. Sorridono dei reciproci interessi che si collegano.
Come saluteresti Gastone?
Come stai? Evviva!
RISPONDE GASTONE PIETRUCCI
Mi parli di come vivi la musica come viaggio geografico?
La musica, la bella musica ti trasporta, ti fa viaggiare, oltre che sognare. Quella che interpreto e trasmetto con La Macina mi porta attraverso il territorio marchigiano, dove io ho ricercato per anni, con approfondite ricerche sul campo, la tradizione orale della nostra gente. Riproponendo questi canti della cultura orale marchigiana, mentre li interpreto, ho davanti ai miei occhi, l’informatore o l’informatrice che mi ha trasmesso il canto, rivedo i loro volti, i loro gesti, risento la loro voce, rivedo i luoghi dove ho fatto le registrazioni, come in un film. Un viaggio continuo attraverso la memoria, i ricordi, le suggestioni che hanno arricchito e dato uno scopo alla mia vita.
Mi parli di come vivi la musica come viaggio dell’anima?
La musica popolare, almeno per me, è un vero e proprio “viaggio nell’anima”. La musica popolare, di qualsiasi nazione, arriva immediatamente all’anima. La semplicità, la profondità di ogni canto popolare fanno sì che subito ti colpisce e ti emoziona. E contemporaneamente emoziona, colpisce e arricchisce chi ti ascolta. La musica popolare è ricordo delle persone che ti hanno preceduto, è una memoria che si trasmette. La musica popolare ha dato uno scopo alla mia vita, io si può dire che vivo per la musica popolare, non saprei far nient’altro e non vorrei fare altro, e come ha scritto Pier Paolo Pasolini “Io sono una forza del passato / Solo nella tradizione è il mio amore” (P.P.Pasolini, da La ricotta.in Alì dagli occhi azzurri).E’ così forte, appagante, travolgente, vitale il mio rapporto con la musica, che se per un disgraziato caso in non potessi più cantare, preferirei morire.
Come avete scoperto il patrimonio materiale e immateriale della cultura marchigiana?
Dopo aver ascoltato nel 1964, nell’ambito del Settimo Festival dei Due Mondi di Spoleto, al Teatro Caio Melisso, allo storico spettacolo, Bella ciao, un programma di canzoni popolari italiane di Roberto Leydi, Filippo Crivelli e Franco Fortini, con il Nuovo Canzoniere Italiano. Questo spettacolo mi ha fatto scoprire la musica di un’ “altra” Italia e mi ha letteralmente scatenato la voglia di ricercare la musica popolare della mia gente, Le Marche, stimolato anche dal mio Professore di Università Gastone Venturelli, con il quale nel 1978, mi sono laureato da Urbino, con una tesi sulla “Letteratura tradizionale orale marchigiana e spoletina
Qual è l’emozione quando si ha la possibilità di maneggiare materiale storico, ma non solo anche narrazioni personali e di comunità?
L’emozione è molto grande, la stessa che sicuramente prova qualsiasi archeologo, quando ha la fortuna di scoprire reperti archeologici e riportarli alla luce. Ascoltare brani di antichissime ballate dai mei informatori (o come oggi vengono poeticamente definiti “alberi di canto”) provo sempre delle forti emozioni. L’archeologo scava nella terra e io scavo nella memoria, riportando alla luce tesori dimenticati.
Entrambi avete un gruppo di ricerca che vuole andare verso le azioni per il territorio, lo potreste descrivere?
Io non ho solo ricercato, catalogato, questo immenso repertorio popolare della cultura orale marchigiana, negli anni l’ho riproposto con il mio Gruppo di Ricerca e Canto Popolare Marchigiano “La Macina”, che ho fondato dal 1968. Inoltre, attraverso le varie Rassegne su i canti rituali di questua della tradizione orale marchigiana (a Montecarotto dal 1985 per La Pasquella, il 6 gennaio, A Monsano dal 1988 con lo Scacciamarzo dei bambini, l’ultimo sabato di marzo, a Monsano dal 1974 e poi dal 1986 Polverigi con La Passione, nella Domenica delle Palme e a Morro D’alba dal 1983, la terza domenica di maggio con il Cantamaggio e il Rogo in Piazza dell’Albero del Maggio, nell’ulimo giorno del mese di maggio) sono riuscito a far risuonate e cantare, gli autentici portatori della tradizione, che stavano inesorabilmente a causa delle trasformazioni profonde della società ed in particolare della polverizzazione della civiltà contadina, dando contemporaneamente a questi informatori la possibilità concreta di poter trasmettere questa loro vitalità di cultura alle nuove generazioni. Nel 1974 praticamente tutto era finito ed ora veramente avremmo dovuto decretare il “de profundis” e piangere sulle “belle” tradizioni scomparse, invece oggi posso affermare che almeno nell’anconetano dove io ho operato con la Macina, questa tradizione dei canti di questua non si è ancora perduta. Nonostante la totale, ottusa disattenzione del media, qualcosa ancora resiste tenacemente, nonostante il feroce condizionamento ed appiattimento di questa nostra cosiddetta civiltà, senza più memoria, senza più identità, senza più storia e purtroppo senza più futuro..
Cosa significa essere generosi?
Significa non essere egoisti, significa, significa poter sempre donare, quello che è nelle tue possibilità, non rinchiudersi nel proprio “orticello”. Per me donare è più bello di ricevere
Cosa pensate di avere in comune?
Penso l’entusiasmo, la passione sconfinata per il proprio lavoro
Cosa ricordate l’uno dell’altro dei vostri incontri?
Purtroppo poco. Credo d’averlo visto una volta. Ricordo però che mi è stato subito simpatico.
Come saluteresti Patrizio?
Con un forte… popolare abbraccio!

