8 MARZO: UNA DATA, TANTE DOMANDE

Perché festeggiare? Cosa si è ottenuto? E cosa manca ancora.
Una riflessione dell’Associazione Marche Studi ETS

di Marina Giuseppina Robino

Ogni anno, l’8 marzo, si torna a parlare di donne. E ogni anno, puntuale, arriva anche la domanda scomoda: ma cosa stiamo festeggiando, esattamente?

La Giornata Internazionale della Donna ha origini nella lotta, non nella celebrazione. L’8 marzo ricorda la manifestazione delle donne di San Pietroburgo contro lo zarismo nel 1917, una delle scintille che avviò la Rivoluzione Russa. Non c’è, infatti, nessun incendio in una fabbrica tessile, come spesso si racconta erroneamente.

L’ONU ha istituito ufficialmente la Giornata nel 1977. In Italia, a partire dagli anni ’70, la ricorrenza ha assunto un profondo valore femminista, un presidio, una presa di parola collettiva.

Nel tempo, però, qualcosa si è trasformato, diventando un rito commerciale: il brindisi ha sostituito il corteo e, per molte donne, questa data è diventata quasi imbarazzante, un giorno in cui arrivano auguri da chi per il resto dell’anno non ha mai alzato la testa su questi temi.

Il sondaggio Ipsos 2025, condotto in 30 paesi tra cui l’Italia insieme al Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra, ha rilevato opinioni diverse:

  • La maggioranza crede che le ragazze di oggi avranno una vita migliore delle loro madri.
  • Solo meno della metà crede che si faranno passi avanti significativi nei prossimi cinque anni.
  • Le giovani donne sono sempre più propense a definirsi femministe
  • I ragazzi della Gen Z tendono a ritenere che gli sforzi per la parità siano eccessivi e discriminino gli uomini.

Quest’ultimo dato è forse il più preoccupante, perché rivela come ci sia ancora molta strada da fare sul fronte della comprensione reciproca.

Festeggiare può avere un senso solo se c’è qualcosa da festeggiare. Perciò, diamo uno sguardo ai fatti, in Italia:

  • Occupazione: Il tasso di occupazione femminile si ferma al 52,5%, contro il 70,4% degli uomini. Sono quasi 18 punti percentuali di differenza.
  • Contratti: Solo il 18% delle assunzioni femminili è a tempo indeterminato, contro il 22,6% di quelle maschili.
  • Pensioni: Le pensioni di vecchiaia delle donne sono in media il 44,1% inferiori a quelle degli uomini: una vita intera di svantaggio accumulato!
  • Sicurezza: Il 70% delle ragazze tra i 14 e i 18 anni dichiara di sentirsi in pericolo quando è per strada; quasi una su due evita i mezzi pubblici da sola la sera.

C’è poi un tema che i dati faticano a catturare per intero, ovvero, il carico mentale e fisico del lavoro di cura: figli, genitori anziani, casa, organizzazione familiare. Nella stragrande maggioranza dei casi, in Italia come nel resto del mondo, questo peso ricade sulle spalle delle donne, indipendentemente dal fatto che lavorino fuori casa o meno.

È una questione culturale, e cambiare la cultura richiede tempo, ma soprattutto richiede che se ne parli, che si nomini, che non si dia sempre tutto per scontato.

C’è, inoltre, una tentazione ricorrente ogni 8 marzo: quella di trasformare la giornata in un campo di battaglia tra donne e uomini. Questa polarizzazione non porta da nessuna parte, non è propositiva, non è progettuale, sicuramente non è risolutiva.

La parità di genere non deve essere vista come un vantaggio per le donne a spese degli uomini, ma come un sistema più equo, più sano, più produttivo per tutti. Anche gli uomini che crescono in una cultura rigida di mascolinità pagano un prezzo enorme, in salute mentale, in relazioni, in libertà di esprimersi.

Lavorare insieme per raggiungere questi obiettivi di equità è l’unica strategia che possa funzionare.

Allora, vale la pena festeggiare? Forse, a condizione che la festa non sostituisca la riflessione, che il brindisi non cancelli la domanda e che l’augurio non sia un modo per chiudere il discorso, ma per aprirlo. Possiamo festeggiare i passi fatti, le donne simbolo, che hanno cambiato le regole del gioco e quelle che lo fanno in silenzio. Ma teniamo gli occhi aperti su quello che manca ancora: la parità salariale, l’accesso alle posizioni apicali, la libertà di scegliere senza sentirsi sempre in ritardo, il diritto a dire no – sempre e comunque – e una cultura del rispetto delle libertà individuali.

L’Associazione Marche Studi ETS lavora ogni giorno per rendere concreto ciò che questo articolo descrive. La parità di genere è parte centrale del suo mandato istituzionale, come campo d’azione reale, attraverso progetti, attività culturali e iniziative di sensibilizzazione rivolte alla comunità.

Perché cambiare una cultura richiede volontà, strumenti, continuità e la capacità di coinvolgere tutti, donne e uomini, giovani e adulti, istituzioni e cittadini. Noi ci siamo.

Fonti
· Ipsos / Global Institute for Women’s Leadership, King’s College London – Sondaggio Giornata Internazionale della Donna 2025 (30 paesi)
· INPS – Rendiconto di Genere 2024 (dati occupazione, contratti e pensioni, anno di riferimento 2023)
· Save the Children / Ipsos – Indagine “Le Ragazze Stanno Bene?” (febbraio 2024, ragazze 14-18 anni)