Marche Studi e Invelle
di Patrizio Massi
“I monei”, “guarda su chel poggio”.
Monello ero quando mi veniva detto di guardare verso il poggio, con la speranza di andar da qualche parte di nuovo e poteva essere “Invelle.”
Ho risentito il dialetto dell’infanzia a Pergola nell’ultimo lungometraggio di Simone Massi. https://www.youtube.com/watch?v=cDbcpT1YvVQ. È sempre stato difficile rispondere alla domanda se siamo parenti. Simone Massi il regista non è un parente anche se ci legano le origini pergolesi, ma mio fratello si chiama Simone, un caso di omonimia.
Qualche settimana fa arrivo presto al Cinema Gabbiano di Senigallia per poter prendere posto e vedo Simone Massi, già presente molto prima dell’inizio del film da uomo di paese, quindi di mondo.
Come si entra in un sogno? Andando ai musei o guardando e osservando un lungometraggio di animazione. Sono entrato in un sogno.

Scrivere su un film non è come scrivere la prefazione di un libro, delle prefazioni si dice, che si scrivono “dopo”, si inseriscono “prima” e nessuno probabilmente le legge, né prima né dopo.
Il film non puoi solo averlo visto, per poter scrivere di ciò che ha suscitato, devi averlo vissuto.
Marche Studi è dentro a questo linguaggio. Linguaggio delle tradizioni, della storia, dei perché tu e io no o non io. Vedo l’aratro e penso a Pergola, anche a Cartoceto, dove l’aratro sprofonda nella terra che lavora, una terra preziosa, dove il sudore della fronte dei contadini lavora sopra a un tesoro, I bronzi dorati di Cartoceto di Pergola, trovati nel Giugno 1949. I mezzadri Peruzzini stavano scavando un fossato di scolo quando il piccone cozzò contro un frammento metallico che luccicò. Dopo quasi 20 secoli, i bronzi hanno rivisto la luce!

Simone Massi, costruisce la storia del suo film tracciando una storia di famiglie nella storia italiana, ho vissuto quelle case che vedo, i suoni di quelle terre e la regia va contro il pensiero del periodo di quando i bronzi d’orati furono seppelliti: “Damnatio memoriae et abolitio imaginum”, (condanna della memoria e distruzione delle immagini). Massi è un ricercatore della memoria, delle tradizioni e della storia che si respira che prevalentemente è storia orale, di padre in figlio, da madre curatrice della famiglia, da ciò che si alleva a ciò che si cura, bestia o figlio che sia, allevare e curare, tutto molto vicino, non solo nei termini, ma nelle azioni.
Invelle difende le ragioni dell’evoluzioni delle nostre genti. Fondando Marche Studi sentivo la passione per il territorio, come vivono, come viviamo nei borghi, chissà se un seme o più semi non sono stati messi in me vivendo e poi frequentando l’epicentro della valle del Cesano: Pergola. Guardando Invelle è quello che ho sentito. Il Catria maestoso sullo sfondo, il Cesano che sentivo che un po’ mi apparteneva, le donne con le ceste delle lenzuola venivano a lavarle nella fonte dei miei nonni attraversano l’aia e l’orto a pochi passi da Valrea (ah! Le cascatelle di Valrea…)
Cosa vedo e sento in Invelle? Il tratto mi ha coinvolto portando ricordi, è un film che si tocca, è utile per pro-gettare il futuro, perché c’è poesia. Invelle è una lettera spedita, conservata per lungo tempo e poi spedita in modo che avesse più destinatari. Invelle è un vademecum dove i sentieri della conoscenza passano dall’uso delle voci fuori campo alla storia della storiografia, al mutare della sociologia del lavoro che si riversa nell’affluente psico sociale. Quest’ultimo affluente ha una dimensione marcata che tra misteri e leggende, tra una parola e l’altra scandita con fare pergolese porta a un “tesoro” esistenziale.
La civiltà mezzadrile e la sua paesanità. Un film che ci fa crescere perché ci fa conoscere il nostro passato. La matita, il graffio, la china ci avvolgono come il cappotto e la sciarpa rossa dei protagonisti. Trovare stupore è ciò che ci tiene presenti con noi stessi, ci stupiamo continuamente per la storia di Simone Massi, trovare, è questo è il gioco, in questo è riuscito.
La poesia si intreccia con l’antropologia, con i simboli, con i problemi del quotidiano, l’estetico rispetta il fare pratica della vita e il fine pratico, permette lo spettatore di partecipare.
Sento un senso di responsabilità nel raccontarlo e Marche Studi accoglie in affido questo figlio, Invelle, che cammina nel mondo nella maestria “dell’ammazzare il maiale”.
Una visione resistente richiama la costruzione di uno studio che tocca, il linguaggio è nella parola poetica, anche nella lingua locale. L’incontro con l’altro che prima che possa arrivare con un colloquio può passare da una canzone, una filastrocca. Qui siamo, per non perderci. È la poesia di Giacomo Leopardi, è la voce roca e il piglio da ricercatore di Gastone Petrucci de La Macina. Invelle è vicino a chi fa ricerca, a chi abbraccia la vita e cerca il senso ultimo.
L’Orsa Minore si incontra con l’Orsa Maggiore e nel mentre i piani si incontrano e una poesia torna al pensiero:
Un tuffo
nel cielo d’estate.
L’uccello ritrova
la gioia perduta
tra i campi
pieni di sole
e di chicchi
di grano maturo.
Il bimbo ora pensa a giocare.
È tempo
di correre al mare.
(A. Russo, Poesie come farfalle).
Un pungolare di memorie, di storie ascoltate, un’oralità contadina vicini all’artista che strizza l’occhio alla lacrima bianca da Nel tempo che precede di Umberto Piersanti.
“Monei, venit con me, gim su quel poggio a vedè sel monte ha messo il cappello”, una voce ricordo che mi ha risuonato uscendo dalla sala cinematografica.
Andare al cinema per esserci, quindi non sono Invelle.

