Il territorio come riflessione interiore. Lo sguardo di Mario Giacomelli sulle Marche

di Giulia Fabrizi

In questi giorni, al Palazzo Reale di Milano, è possibile visitare la mostra fotografica dedicata al centenario di Mario Giacomelli (Senigallia, 1925–2000), uno dei più grandi fotografi italiani del Novecento.
Da pesarese, amante delle mie Marche, non potevo non andarci.

Oltre alle fotografie, che sono uniche, riconoscibili e potenti, mi hanno colpito i suoi scritti, esposti accanto alle opere. Appunti, pensieri sparsi, frasi intense, annotazioni personali: è lì che, secondo me, si trova la chiave per capire davvero il suo modo di vedere il mondo.

Sono sempre stata attratta dalla Grafologia: il tratto, la pressione, l’inclinazione rivelano molto della personalità di una persona.
In questo caso, però, più che la scrittura in sé mi ha colpito il contenuto: le parole di Giacomelli, anche nei loro passaggi più confusi o frammentati, restituiscono un pensiero lucido, profondo e coerente.

Ogni frase rivela la sua visione sul paesaggio, sulla fotografia, sulla vita. Leggere i suoi appunti è stato come ascoltare la sua voce mentre riflette, mentre si prepara a scattare, mentre osserva un territorio.

Attraverso queste parole, a volte chiare, a volte scritte di getto, emerge un messaggio preciso: per Giacomelli il paesaggio non è solo un bel posto da fotografare, ma qualcosa che parla dell’interiorità, della memoria, dell’emozione.

“Forse io non ho mai fotografato il paesaggio. L’ho solo ‘amato’.”

Giacomelli non osserva il paesaggio come un semplice scenario esterno, ma come risonanza interna, uno spazio mentale ed emotivo:

“Paesaggio non come luogo ma come riflessione interiore.”

In quest’ottica, il paesaggio marchigiano, collinare, ondulato e intimo, diventa una geografia dell’anima, e la fotografia uno strumento per esprimere ciò che è invisibile, come i ricordi, la memoria, i sogni, la malinconia.

Ogni immagine è un ponte tra il mondo esterno e il vissuto interiore.
Questo approccio ha molto in comune con le indagini etnografiche, che hanno lo scopo di entrare nel mondo delle persone che vivono nei territori, per ‘fotografare’ e capire come vedono il loro ambiente, quali sono i loro desideri, le loro paure, i loro bisogni. L’etnografo, come Giacomelli, non guarda da fuori, ma cerca di vivere il luogo insieme a chi lo abita, per coglierne l’essenza.

Il rituale della preparazione e i tempi lenti
Giacomelli scrive nei suoi appunti che il vero lavoro dell’immagine inizia molto prima dello scatto, nella preparazione lenta e attenta, nel toccare e spostare frammenti della realtà per cercare una forma che risuoni interiormente. È un tempo lungo, fatto di: “gesti lenti, detriti, oggetti spostati, riorganizzati nello spazio”.

È un invito a guardare il territorio con lentezza, con il desiderio di comprenderlo, non solo di ritrarlo.

Tensione fra luce e ombra
Una costante nei suoi appunti è la tensione tra luce e ombra, tra ciò che è visibile e ciò che sfugge. Le sue fotografie non vogliono spiegare, ma evocare. Il suo desiderio è quello di: “cancellare il superfluo e ridurre il visibile all’essenziale”.

Il territorio, quindi, non è solo un luogo fisico, ma un luogo simbolico, attraversato da forze opposte che si incontrano: luce/ombra, presenza/assenza, memoria/oblio.

Cos’ha di speciale il territorio marchigiano?
Per Giacomelli, il territorio delle Marche è: Madre e origine, è un paesaggio che non urla, ma sussurra, fatto di campi, colline, vecchi, contadini, silenzi. Tutto ciò che fa parte della quotidianità:

“Il paesaggio per me non è da raccontare, ma da vivere. Le mie foto nascono come poesia.”

Le Marche, viste da Giacomelli, sono un luogo dell’infinito leopardiano, ma anche un teatro della quotidianità contadina, un mondo sospeso tra passato e presente, dove la fragilità del tempo e la forza delle emozioni convivono.

Le Marche, viste così, non sono solo una regione. Sono una palestra per allenare la sensibilità. Come ci insegna Mario Giacomelli, anche il paesaggio più semplice può contenere tutta la complessità della vita. Basta imparare a guardarlo con sincerità.

Anche per me, che sono marchigiana ma vivo da molti anni a Milano, lo sguardo di Giacomelli è familiare e potente allo stesso tempo. Riconosco nelle sue immagini e nei suoi pensieri quella profonda connessione emotiva con la terra, fatta di silenzi, dettagli, storie quotidiane. Mi ricorda quanto siano ancora vive, dentro di me, le radici di quella terra che continua a parlarmi, anche da lontano.