L’arte non è solo uno spettacolo: è conoscenza, cura, testimonianza. È un modo di abitare il mondo.

Viviamo in un tempo in cui l’arte rischia di essere ridotta a intrattenimento, a merce, a spettacolo da consumare. Siamo spettatori di immagini perfette, di installazioni da fotografare e condividere, di eventi che durano il tempo di un selfie. Ma l’arte, nella sua forma più autentica, non è un lusso né un prodotto da consumare a distanza: è uno strumento di conoscenza, di cura, di trasformazione del quotidiano. È una pratica antica e radicale per abitare la vita in modo più pieno, più grato, più coraggioso.

Lo scriveva Joseph Beuys quando diceva che «ogni uomo è un artista». Non per democratizzare superficialmente un mestiere, ma per ricordarci che l’arte è un diritto di nascita: un linguaggio ancestrale, una soglia attraverso cui ognuno di noi può dare forma e senso alla propria esistenza. Non serve un museo metropolitano per farlo: basta uno sguardo nuovo, una mano tesa, un gesto condiviso.

Io, Giacomo Giovannetti, artista, insegnante, formatore, ho scelto di dedicare il mio lavoro a questa funzione intima e collettiva dell’arte. Ho imparato a vederla come testimonianza, come legame, come possibilità di rigenerare luoghi, comunità, memorie.

La mia prima esperienza forte in questo senso è stata Bioculture, progetto di Sineglossa ideato da Federico Bomba nel 2014. Insieme ad altri artisti ho camminato a piedi per due settimane, attraversando le Marche interne da Serra de’ Conti a Offida, disseminando opere d’arte virtuali nei luoghi più remoti. Con il mio progetto “Raccontare le Marche come un luogo esotico” ho voluto provocare lo sguardo di chi abita questi luoghi: raccogliere storie, saperi, aneddoti e intrecciarli con temi globali. Per dire che l’altrove, la meraviglia, l’esotico, non sono lontani: vivono nelle pieghe del nostro quotidiano, se impariamo a guardare.

Questa è per me la prima missione dell’arte: riattivare lo sguardo, smontare l’abitudine, restituire valore a ciò che diamo per scontato.

Negli anni questo seme è germogliato in molti progetti. Uno dei più significativi è stato “Be Your Hero”, ancora con Sineglossa: un laboratorio performativo portato in giro per l’Italia, rivolto agli adolescenti.

Ho invitato ragazzi e ragazze a inventare performance intime, a costruire monumenti invisibili per celebrare ciò che in quell’età di passaggio è fragile ma prezioso: un desiderio, un sogno, una paura superata, un legame. Così, in silenzio, in un parco, in una strada, nasceva un gesto: un eroe non è chi conquista il mondo, ma chi trova il coraggio di dire “questa cosa per me conta”. E l’arte, ancora una volta, diventa un varco.

Lo stesso respiro ho voluto portarlo nella scuola, come nel recente progetto per la scuola primaria di Ostra (AN): qui ho proposto ai bambini di trasformare l’archivio fotografico delle famiglie con la tecnica del collage. Vecchie foto, volti di nonni, scorci di paese si sono aperti a nuove storie: i bambini sono “entrati” fisicamente nelle immagini, superando la linearità del tempo, immaginandosi parte di un racconto più grande. Abbiamo smesso di invidiare ciò che è altrove, abbiamo imparato a dire grazie per ciò che siamo.

Credo che questa dimensione sia ancora più evidente quando l’arte diventa testimonianza condivisa. Molto spesso le mie opere sono opere relazionali, nate dal gesto di più mani, di più vite. Nella mostra “Prima persona plurale”, curata da Alex Urso per Fiuto Art Space a Ripatransone, e in “La puntualità dei fiori”, esposta a Roma per Anthea, ho voluto portare questa idea all’estremo: ho dipinto insieme alle mie figlie. Non per gioco, ma per custodire un atto di fiducia: accogliere l’altro nel mio segno, accettare che la vita entri nell’opera e mi trasformi. Rendere sacro quel tempo condiviso, perché la pittura, come la vita, non è mai un atto solitario.

Lo stesso spirito mi guida quando lavoro con comunità apparentemente “fragili”. Con la cooperativa Oikos Marche, da quasi un anno conduco laboratori con minori non accompagnati, persone che affrontano dipendenze, ragazze madri, educatori, psicoterapeuti. In questi contesti l’arte diventa cura, uno spazio simbolico dove proteggere ricordi, paure, desideri. Ho ereditato questa visione dal mio maestro Concetto Pozzati, che usava l’arte per costruire “porte” capaci di prolungare la vita di ciò che amiamo: una memoria, un frammento, un volto caro.

Anche i borghi possono diventare porte. L’anno scorso, ancora a Ripatransone, ho realizzato la mostra “Tutti quanti abbiamo un fuoco”, ispirata alla secolare rievocazione del Cavallo di Fuoco. Ho pescato nell’archivio fotografico cittadino e, con l’intelligenza artificiale, ho trasformato le immagini del passato in sogni visivi, reminiscenze che restituiscono il valore simbolico, apotropaico, quasi magico di un evento popolare. Perché l’arte, oltre a raccontare ciò che siamo, deve anche proteggerci da ciò che rischiamo di dimenticare, e svelare l’essenza dei nostri bisogni più profondi.

Anche per Notte Nera, festival di Serrà de Conti curato da Sabrina Maggiori e per altre importanti istituzioni locali e nazionali ho utilizzato come punto di partenza per la mia ricerca artistica opere tratte dall’archivio fotografico locale, credendo fortemente che un dialogo con il passato sia un dialogo con le nostre radici, con l’energia vitale che riceviamo in dono dai nostri avi, dal nostro territorio, dalle azioni di un passato che come in una sinfonia ha bisogno di continuità, ma anche trasformazione attraverso scelte consapevoli, sostenibili che offrano nuove prospettive di felicità collettiva.

In fondo, come scrive Richard Florida, la cultura può rigenerare economie e città, ma la rigenerazione più profonda accade quando ci riguarda da vicino: quando usiamo l’arte per rigenerare noi stessi, le nostre relazioni, la nostra capacità di riconoscere valore nel presente.

A chi cerca l’arte solo nei grandi contesti metropolitani, risponderei che a volte è paura: paura del suo potere di sconvolgere la noia, di frantumare l’abitudine, di farci vedere che non siamo solo spettatori ma autori. Autori di ciò che facciamo, di ciò che diciamo, di ciò che lasciamo. Serve coraggio per accettare che l’arte non è uno spettacolo ma una chiamata: a guardare davvero, a custodire ciò che conta, a dire “questa storia merita di durare”.

Io, ogni giorno, provo a farlo. Con i bambini di Ostra, con gli adolescenti di “Be Your Hero”, con le mie figlie, con le persone che incontro nei laboratori di comunità, con chi varca la soglia di una galleria o di un museo, come al Museo Pianetti di Jesi, dove ho condotto un laboratorio sull’autoritratto con una squadra di artisti rifugiati.

Anche lì l’arte ha fatto da specchio e da ponte: i volti nuovi si sono messi a confronto con quelli antichi delle collezioni permanenti, rivelando un linguaggio universale che ci ricorda che siamo tutti esseri umani, con radici e potenziale.

L’arte non ci salva perché ci intrattiene: ci salva perché ci interroga. E ci unisce. Ogni segno è una soglia. Ogni pennellata è un gesto di fiducia. Ogni opera è un monumento invisibile a ciò che conta davvero.