L’innovazione Loccioni: l’impresa del territorio e del futuro

Marta Bozzi, Loris Raffaeli, Marina Robino   

“La formazione, il lavoro, così come la vita, seguono un ciclo un cui il dare e il ricevere si alternano in modo continuo”. Con queste parole Patrizio Massi ci ha pungolati con il suo sapere e la sua conoscenza con l’Impresa Loccioni, permettendoci di respirare concretamente la realtà imprenditoriale e di dare forma e vita alle nostre riflessioni.

Lo sguardo di chi studia le dinamiche aziendali, di chi si sta creando un’immagine della propria azienda ideale, è alla costante ricerca di esempi virtuosi che possano incarnare valori come senso civico ed etico, legati a una prospettiva di sviluppo economico, sociale e di promozione del benessere collettivo.

All’interno del tirocinio come psicologi in formazione con Patrizio Massi, incentrato sul lavoro della psicologia nelle imprese, questo sguardo, ancora libero dai condizionamenti del mercato lavorativo, ci ha portato a fare alcune riflessioni attraverso la lettura dei Quaderni di Cultura d’Impresa realizzati dalla Loccioni, in collaborazione con l’Archivio Storico Olivetti.


Come lavoratori della conoscenza – categoria così ben descritta da Federico Butera – abbiamo bisogno di entrare in contatto con quelle realtà aziendali che, eredi dell’insegnamento Olivettiano come Loccioni, interpretino oggi il cambiamento in atto verso una società della conoscenza. A tal proposito, questo percorso di lettura e approfondimenti è stato arricchito in maniera significativa dalla nostra visita all’Impresa Loccioni.

E in questo testo corale, ci siamo chiesti: c’è ancora spazio per il sogno, di chi studia, di chi forma, di chi dalla scintilla di un’idea costruisce un progetto, un’azienda? E in quali dimensioni può concretizzarsi?

Alcune risposte le abbiamo trovate.

La possibilità di coniugare sviluppo economico, tecnico, sociale, etico e culturale. 
Ne “La misura di un sogno: l’avventura di Camillo Olivetti” il Prof. Lacaita, in una conversazione del direttore del Gruppo Olivetti Bruno Lamborghini con Enrico Loccioni, approfondisce l’attualità del pensiero e dell’azione di Camillo Olivetti. Nello specifico, riporta la testimonianza concreta di come la dimensione psicologica e organizzativa si intreccino fortemente nel contesto lavorativo. L’attività economica di Camillo e il suo paradigma aziendale vanno considerati anche in rapporto alla sua concezione dell’uomo e della società, che nel figlio Adriano avrebbe poi trovato il primo e più convinto continuatore. È proprio questa prospettiva di concepire e fare impresa che rende il modello Olivettiano ancora attuale e attuabile, ancora all’avanguardia in determinati contesti imprenditoriali.

Il motore del sogno di Camillo Olivetti è stato alimentato dal costante contatto con le realtà estere più innovative, abbracciando l’idea di viaggiare continuamente, di coltivare una curiosità incessante e di raccogliere le migliori esperienze straniere per poi metterle in pratica. Un uomo di cultura moderna, Olivetti, che non anteponeva le finalità economiche a quelledello sviluppo tecnico e sociale, perché considerava l’economia non come una realtà a sé stante, ma come parte di un tutto, in cui il profitto doveva armonizzarsi con le esigenze dell’etica, del diritto, della solidarietà. Il contesto organizzativo, inteso come spazio sociale doveva essere in grado di comprendere e rispettare le “legittime aspirazioni di ciascuno”. Tradotto nei fatti, promuovendo iniziative come il contenimento dell’orario di lavoro e il potenziamento della formazione culturale e professionale dei lavoratori. Un legame tra Camillo e Adriano, meno comunemente riconosciuto ma di grande rilevanza attuale, è la centralità della competenza tecnica come motore di sviluppo sia individuale che collettivo.

Tutti i lavori quando sono fatti bene, richiedono sempre l’uso dell’intelligenza”. 

Questo concetto si manifesta chiaramente nel modo in cui entrambi hanno attribuito grande importanza alla formazione, aspirando alla creazione di un sistema educativo e formativo più flessibile e aperto, in cui integrare lo studio accademico con l’esperienza pratica. Ed è proprio questo approccio multidisciplinare basato sulla sinergia tra pratica e teoria, tra tecnica e scienza, che contribuì alla costruzione di un ambiente di lavoro collaborativo incentrato sull’integrazione di diverse prospettive e competenze come strumento di efficienza organizzativa.

La ricerca di uno stile personale e di una bellezza alla portata di tutti.
Ne “L’impresa del design: Lo stile Olivetti”, durante il colloquio tra Bruno Lamborghini ed Enrico Loccioni, si parla di bellezza, che non è solo forma ma anche sostanza, così come il design non è puro esercizio estetico ma espressione di una cultura in continua evoluzione, una vera e propria rappresentazione di un modo di essere e di operare, al punto che già sul finire degli anni Cinquanta si parlava con ammirazione dello “stile Olivetti”.

L’elevazione delle condizioni di vita dei lavoratori, la promozione dei valori della cultura e dell’arte, la correlazione tra funzionalità ed estetica nelle fabbriche e nei prodotti,  sono tutti aspetti collegati alla costruzione di questo stile, nato dall’integrazione tra modello americano ed esperienza italiana, avendo come scopo prioritario quello di umanizzare l’azienda, sviluppando relazioni con la comunità locale e guadagnando l’appoggio dei propri dipendenti, poiché l’obiettivo aziendale doveva essere sentito da tutti, all’interno di una clima di dialogo e condivisione. Per promuovere uno stile – secondo Olivetti – era necessario diffondere la cultura nei lavoratori. Ed ecco nascere le biblioteche aziendali, con l’intento di rendere gli uomini e le donne più coscienti della propria personalità, allontanandoli dall’idea di essere semplici strumenti produttivi. Il design era incorporato in ogni aspetto della vita dell’impresa, dalla carta da lettere, al progetto di una macchina, negli uffici aziendali di Milano o quelli di Londra. L’intera organizzazione industriale era definita “unità nella diversità”.

Non da ultimo, Olivetti riuscì a formare importanti figure del design italiano, assegnando incarichi a diversi collaboratori esperti nel campo della pittura, della grafica, della pubblicità e dell’architettura. Lo stile coincideva con la cultura aziendale e, quindi, con l’etica di comportamento, che doveva essere presente in ogni aspetto delle relazioni all’interno e all’esterno del luogo di lavoro, nella comunità in cui si viveva, determinando una possibilità di cambiamento così incisiva e sostenuta dal desiderio di tutti da trascendere, anche nell’immaginario collettivo, l’entità economica dell’azienda.

La valorizzazione della risorsa rappresentata dai lavoratori della conoscenza.
Il sociologo Federico Butera, in “Società della conoscenza e attualità del pensiero di Olivetti”, mette a fuoco come le aziende illuminate considerino i lavoratori della conoscenza – professionisti in numero sempre crescente, coinvolti in un processo di elaborazione, organizzazione e diffusione del sapere – una risorsa irrinunciabile.

Butera si chiede come sia possibile dare un valore all’attività dei lavoratori della conoscenza: esorta, quindi, i lettori a immaginare un iceberg, in cui la parte sommersa è il work within, il reale patrimonio, fatto di informazioni già trasformate in conoscenza, esperienze, aggiornamenti, crescita personale. Però, il sociologo mette anche in luce come questa categoria, amplissima e diversificata, sia anche scarsamente regolata e a rischio di precarietà, sottoccupazione e di erosion of character, minando l’integrità della persona: integrità cognitiva, emotiva, professionale, sociale e, ancor più decisiva, l’integrità del sé.

Cosa fare allora? Un possibile modello da adottare è quello proposto dallo stesso autore, detto delle 4C, ovvero comunità umane, cooperazione intrinseca, conoscenza condivisa, comunicazione estesa, con il focus posto sull’identità profonda delle persone.

Enrico Loccioni, intervistato da Bruno Lamborghini, riporta il concetto alla realtà dell’impresa, spiegando quanto sia centrale la figura di questo professionista all’interno dell’impresa moderna, perché sono in corso un cambiamento profondo e un passaggio inevitabile verso una società della conoscenza e, all’interno delle organizzazioni che sostengono questa trasformazione, i lavoratori sono tutti chiamati ad aggiornarsi e a condividere le informazioni e le competenze acquisite. La forza delle imprese moderne sta proprio nell’agire come comunità di conoscenza e gestire la conoscenza, significa, in primo luogo, avere curiosità di tutto.

La forza di una visione libera e proiettata al futuro.

A nessuno di noi deve sfuggire un solo istante che non è possibile creare un’isola di civiltà più elevata e trovarsi tutt’intorno ignoranza, miseria, disoccupazione”, dice ai suoi dipendenti Adriano Olivetti alla Vigilia di Natale del 1955. 

Vogliamo concludere l’articolo ricordando questo discorso, che racchiude tutta la filosofia di Olivetti. La capacità dell’imprenditore di rendere le parole “calde”, dense di significato, ma non retoriche e nemmeno con l’intenzione di manipolare le menti degli ascoltatori, arriva al cuore dei lavoratori della sua azienda. Nell’analisi semiotica di Lisa Gino, contenuta in uno dei quaderni, si evince come il valore del lavoro dell’uomo sia, per Olivetti, inestimabile: il valore è il profitto e non viceversa; lo sforzo produce benessere che, a sua volta, produce un movimento che avvicina a Dio. La retorica è quella del buon pastore (che sarà presente nei discorsi di Papa Giovanni XXIII, anni più tardi, in particolare, nel famoso discorso della carezza), che parla di verità, di bellezza, di libertà ma anche di cose concrete, di scuole, di biblioteche, di borse di studio, di salute fisica e mentale, riprendendo e ampliando la prospettiva del padre Camillo che professava che “la verità risplende soltanto negli atti, non nelle parole”, dimostrando con i fatti che la cultura dei valori è l’unica cultura del profitto degna di essere perseguita.       

Sviluppo economico, sociale e culturale, ricerca di bellezza, stile personale, valorizzazione della conoscenza e una visione libera proiettata al futuro sono, dunque, alcune delle dimensioni che abbiamo rintracciato in questo percorso attraverso il modello Olivetti: una filosofia che ci piacerebbe vedere sempre più applicata all’interno di contesti aziendali che necessitano di “un’anima”, per dare impulso a nuovi progetti e spazio creativo a nuovi sogni.