Il lavoro è importante, ma anche star bene

di Patrizio Massi

E morì come tutti si muore
come tutti cambiando colore.
Non si può dire che sia servito a molto

perché il male dalla terra non fu tolto.
Ebbe forse un po’ troppe virtù…
(Fabrizio De André, Si chiamava Gesù)

Sono questi i versi che mi son venuti in mente ad aprile del 2020 e son ritornati più avanti: trasversalmente poteva essere la colonna sonora delle informazioni che arrivavano dalla televisione. Di recente ci ho ripensato e so di aver ascoltato brani sobri e discreti, senza fronzoli: Philip Glass, Steve Reich, John Adams, Louis Andriessen. Compositori che hanno fatto come il virus: dire agli ascoltatori di cambiare le proprie abitudini. Proprio mentre faccio una pausa durante la scrittura, vedo che mi è arrivata sulla posta elettronica una email da Spotify: “Scopri che sound ha avuto il 2021”.
Le coordinate estetiche sono quelle hanno vinto sulle scelte e sulle decisioni, le emozioni sono state tante e non è vero che la tristezza deve rimanere dentro il quadrato, come nella scena del film di animazione prodotto dalla Pixar Inside Out: comprendiamo la sua funzione!

Abbiamo avuto bisogno di silenzio, non avrei creduto che nella velocità del quotidiano, e a pensarci bene sembra che siamo tutti abituati alle parole del Manifesto del Futurismo del poeta Filippo Tommaso Marinetti: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.
Un’automobile da corsa con il suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia”.
Dal 2020 sono cambiati l’ambiente, il lavoro e la cultura. Ora è finito anche il 2021. Abbiamo sentito parole che andavano da fedi religiose a credi politici, ma non c’entra né la religione né a politica. Riuscire a far dialogare il mindscape con il landscape è stata la necessità per poter reinventare la vita, per uscire dalla trappola.

L’umanità si realizza attraverso il fare
Immaginiamo due binari: in uno possiamo comprendere il “senso segreto delle cose” (dal titolo del libro del poeta Lawrence Ferlinghetti); nell’altro “la grana delle cose” (dal titolo della poesia di Gary Snyder), tutte le traversine che incontriamo nel nostro viaggio sono le nostre emozioni. Siamo persone che non vivono di biochimica: certo è bellissimo sapere come e perché proviamo quello che proviamo, in fondo è questa la domanda che si fanno molte persone. Vi piace di più se dicessi “tra i nostri lobi temporali si trova una struttura a forma di mandorla chiamata amigdala, il centro di comando delle nostre emozioni; è lei che aumenta il battito cardiaco, fa contrarre gli arti e le palpebre e ordina alle ghiandole di rilasciare ormoni”, oppure se ci dicessimo che cosa proviamo osservando l’immagine del quadro Il bacio di Gustav Klimt? Sommiamo queste due descrizioni, correlate tra di loro, e ognuno di noi provi a chiudere gli occhi per 10 minuti.

Immaginatevi come una nuova generazione con una forte base tecnica della vostra professione, consapevoli di aver creato un vostro stile personale, felici di aver realizzato qualcosa che non c’era prima. Come state? Come vi vedete? Se siamo riusciti in questa visualizzazione, probabilmente siamo stati fuori da meccanismi ripetitivi. Come nella musica, penso alle parole del compositore Michael Nyman: “Se un’esperienza musicale è soddisfacente dovrà sempre dare all’ascoltatore la sensazione di aver utilizzato un tempo diverso da quello esistente prima e dopo di essa”.

Fermare le attività è stato il monito della promavera 2020 e forse in maniera più dolce lo è stato per l’autunno e seppur in parte per la primavera 2021. Fermare le attività, non lo studio, la ricerca e soprattutto le riflessioni. Gli strumenti per stare in contatto con le organizzazioni, così comele piattaforme per lavorare online e per relazionarsi non sono mancati.

Sono diverse le organizzazioni osservate in questi anni. Ho sempre più desiderio di confrontarmi con categorie di persone come gli imprenditori, che dire preziosi è poco. Abbiamo bisogno di dardi.
Da chi abbiamo imparato la “lezione”? Vorrei imparare quella del canarino, un tema caro di emozioni e rappresentazioni, descritto con grande perizia dallo scrittore Raffaele La Capria. Il passaggio è proprio questo, con un dribbling decisivo: “Bisogna rappresentare e non dire quello che è accaduto”.

Sento che le organizzazioni più vive sono cariche di poesia. Il nostro occhio dovrà essere attento più che mai al fare, perché solo facendo – essendoci – si realizza l’arte e l’artista, l’uomo. Igor Stravinskij, nella sua Poetica della musica, nelle sue lezioni all’Università di Harvard ci presenta la sua concezione del fare arte in maniera vasta ed esemplare, proprio per il motivo che fa partire tutto dalla poesia: “Non possiamo, infatti, prendere conoscenza del fenomeno creativo indipendentemente dalla forma che manifesta la sua esistenza. Ebbene, ogni processo formale deriva da un principio e lo studio di questo principio richiede precisamente quello che si chiama dogma.

In altri termini, il bisogno che abbiamo di far prevalere l’ordine sul caos, di far risaltare la linea retta del nostro operato dal groviglio delle varie possibilità e dall’indecisione delle idee presuppone la necessità di un dogmatismo. Il fatto stesso di ricorrere a ciò che chiamiamo “ordine”, lo stesso ordine che ci permette di dogmatizzare sul tema che trattiamo, non soltanto ci induce ad apprezzarlo, ma ci invita a mettere la nostra personale attività creatrice sotto l’egida di questo dogmatismo”.
Stravinskij ci insegna a leggere i legami e le relazioni, e lo fa con il suo linguaggio. Il ruolo dello psicologo nel contesto organizzativo ha il compito di lavorare su questi legami interpersonali che costruiscono l’organizzazione e si attivano in funzione al ruolo del musicista, del direttore, per rimanere nella metafora.

Le nuove metafore organizzative per il Terzo Millennio
Sono qui a pensare alle metafore organizzative di cui si parlava negli anni ’80. Al lettore filologo tornerà al pensiero Images. Le metafore dell’organizzazione dell’esperto di comportamento organizzativo Gareth Morgan, che ha dato enormi contributi alla ricerca sociale con approcci innovativi alla teoria dell’organizzazione.
Potevamo vedere le organizzazioni come macchine, organismi, sistemi culturali, sistemi politici, prigioni psichiche, cambiamento (flusso) e dominio (strumenti di potere).

Non possiamo reinventare la nostra organizzazione fino a quando non sappiamo come pensiamo, perché essa è un sistema evolutivo. Qual è la sua grammatica? C’è bisogno di parole forti, di senso, precise, schiette: è da qui che vorrei partire per leggere e costruire le metafore delle nuove organizzazioni.

Se qualcuno mi chiedesse di consigliargli un libro, gli domanderei perché. E se mi dovesse rispondere “sono un imprenditore, un marito e un padre di famiglia e voglio guardare al futuro”, gli consiglierei Il nostro futuro (edito da Feltrinelli) di Alec Ross, esperto di tecnologie. Già dal sottotitolo c’è il motivo: prossimi vent’anni. I semi di tutto quello che ha scritto Ross li possiamo ritrovare nella sua storia di vita: ha origini italiane e per un periodo ha studiato in Italia, all’Università di Bologna; questo molti anni prima di diventare Senior Advisor per l’Innovazione della Segreteria di Stato degli Stati Uniti, guidata allora da Hillary Clinton. Essendo entrato in contatto con le massime aziende tecnologiche, Ross può dirci quali saranno i cambiamenti che affronteremo e quale sarà l’economia che verrà.

Non nascondo che, per parlare di persone, di benessere e futuro, ho affiancato la lettura che sto consigliando a un’altra: Spaghetti robot, del giornalista Riccardo Oldani.
La domanda che ho nella pancia è: che cosa dovrà essere trasformato e come cambieremo per poter mantenere i nostri ruoli?
Lavorando con le persone sia privatamente sia in aziende, molto probabilmente un’area da curare è proprio quella che riguarda i robot e posti di lavoro. Qui le persone si arrabbiano, sentono di subire un torto da parte del futuro.

All’imprenditore (padre e marito) ho spiegato che potremo ragionare insieme che il modo in cui le società si adatteranno giocherà un ruolo chiave nel determinare quanto stabili e competitive saranno. È pur vero che ognuno di noi in questi anni ha cercato di far sua la celebre frase dello scrittore H.G. Wells, “adattarsi o perire”. È qui che abbiamo bisogno della consulenza nelle varie dimensioni, nelle varie aree dell’azienda, in primis sulle persone, per poter individuare
le competenze dei nostri collaboratori, quali sono i poli di innovazione, come riuscire a vedere le competenze settoriali, se la soggettività delle persone si incontrerà con la geopolitica e chi ha competenze analitiche.

Gli aspetti psicologici del cambiamento
Sono questi alcuni punti (avranno molte sottocategorie) che l’imprenditore (professione), padre per la vita deve guardare per potersi relazionare con una risorsa umana, la quale lavorerà sempre più globalmente. La persona che andremo a selezionare per il futuro dell’organizzazione entrerà in una nuova “famiglia”. Vorrei quindi uscire dal lessico solito del management per avere un linguaggio e un pensiero sistemici: l’essenza del pensiero che dovremo adottare è di vedere la circolarità delle strutture, di cogliere i processi di cambiamento.
È utile studiare la storia del territorio per comprendere quale può essere stata la vocazione a produrre quel determinato prodotto. Non lo possiamo fare con l’atteggiamento del turista, ma con il piglio dell’antropologo, dell’etnologo.
Prima di una valutazione delle attitudini sono interessato a conoscere la struttura organizzativa.

L’imprenditore sapeva di pensare a Itaca, poesia di Konstantinos Kavafis: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure e esperienze […] Sempre devi avere in mente Itaca / raggiungerla sia il pensiero costante. / Soprattutto, che da vecchio / metta piede sull’isola, tu, ricco / dei tesori accumulati per strada / senza aspettarti ricchezze da Itaca”.

L’imprenditore, se costruisce (abiti, strumenti musicali, giocattoli, arredamento, ecc.), dovrà sapere che ogni volta che le persone si imbattono in qualcosa di diverso si domandano: “Che cosa sta succedendo?” E qui entra il processo di consulenza. Siamo in un periodo storico dove la richiesta sembra essere: “Aiutami a cambiare il modo di cambiare”.

Le figure HR e tutti coloro che ogni giorno decidono di accogliere le sfide organizzative, cioè si occupano di selezione, valutare il potenziale e fare poi formazione, andranno a perdere se “comprano” competenze tecniche.
Per essere traghettati in un orizzonte temporale molto più ampio c’è bisogno di vedere gli scenari futuri, di ragionare sui possibili effetti delle proprie azioni nel tempo. Inoltre abbiamo bisogno di scattare delle fotografie per sentirci responsabili del comportamento del sistema. Noi parliamo ad aziende e organizzazioni, e per fare ciò discutiamo del rapporto tra mente, società e cultura.

Il romanzo di impresa è la chiave e può essere quella sentimentale per conoscere l’organizzazione. Penso a una frase estratta dal romanzo Una cronaca, del manager Giancarlo Lunati: “Ogni sua iniziativa era legata a fili sottilissimi”. Il protagonista del libro critica l’ingegnere Sassetti (sarebbe l’imprenditore e ingegnere Adriano Olivetti) perché crede ne l suo progetto e vuole che progredisca, si evolva. Più l’imprenditore è innovatore, più ha bisogno di persone capaci di condurre, di collaborare e di vivere l’impresa.

Ma come possiamo sapere se l’impresa ha le persone giuste? Abbiamo strumenti scientifici per valutare quelle all’interno dell’azienda, dovremo favorire la formazione di un atteggiamento molto attivo nella scelta delle modalità di valutazione. Tutti avranno delle aree di forza e di miglioramento e naturalmente a leggere comportamenti e abitudini solo con una buona preparazione di tecnica dei test avremo modo di poter far comprendere il servizio che possiamo dare. Per poter entrare dentro a ogni test, non dimenticherò mai l acitazione del filosofo Moriz Schlick in apertura del manuale Teoria e tecnica dei test della psicologa Lucia Boncori: “Il significato di una proposizione è il metodo della sua verifca”.

La società è pronta per una psicologia sociale dei processi organizzativi. Nel tempo abbiamo già sentito in modo razionale frasi chiaramente da giurista, fortemente empiriche. “Dovunque vi siano dei dirigenti locali, i singoli individui devono attenersi ai loro ordini” ha detto il padre della nazione indiana Mahatma Gandhi. “Gli africani vogliono avere la possibilità di vivere dove trovano lavoro”, ha spiegato Nelson Mandela, ex Presidente del Sudafrica e premio Nobel per la pace nel 1993. In modo più lirico il noto leader per i diritti civili degli afroamericani, Martin Luther King, ha parlato di “urgenza appassionata dell’oggi”.
Lo so, sto parlando di linguaggi. Attenzione, che a ben guardare siamo alla ricerca di creazioni del significato.

La musica dei Beatles mi è utile per immaginare e a organizzarmi. La lettura di fumetti, come Peanuts, la visione di documentari, come Panama Papers, Inside Job, The Social dilemma, Coded Bias sono utili per riflettere sulla condivisione di significati. Non vengono meno i quadri di Marc Chagall o sapere perché il regista Bernardo bertolucci ha voluto girare le prime scene del film Piccolo Buddha a Seattle, la città che poteva rappresentare il polo opposto rispetto all’orientalità. Le metafore organizzative permettono un’indagine fertile, ricca intorno e all’interno dell’organizzazione. Ci siamo concentrati sui linguaggi, aspetto importante per poter leggere gli aspetti psicologi del cambiamento.

Il valore della poesia per capire le parole e il linguaggio
Ripenso alla scelta di Nick Hornby di presentare il suo libro 31 canzoni per parlare dell’amore per la musica. Perché mi ha coinvolto nella prima lettura nel 2003? Sentivo che eravamo diventati compagni e subito mi aveva dato questa risposta: “Delle canzoni che si sono fatte meno irresistibili”, man mano che sono invecchiato. Inizia sin dalle prime pagine a differenziare su cosa sia l’ammirazione nell’identificazione, fino al comprendere le scelte artistiche.
L’aspetto più psicologico del suo lavoro ce lo svela parlando di I’m like a bird di Nelly Furtado, verso metà canzone, quando la voce si sdoppia su una frase: questo effetto è seducente. Hornby condivide in pieno la teoria dello scrittore Dave Eggers: “Ascoltiamo e riascoltiamo canzoni perché dobbiamo risolverle”.

Le canzoni sul lavoro sono sorprendentemente belle, è proprio vero, caro Nick! Sei uno che si innamora delle passioni: quella per il calcio ce l’hai raccontata nel libro Febbre a 90°; quella per la musica in Alta fedeltà e 31 canzoni. In tutti i tuoi lavori si sente la paternità e gli scrittori che hai amato, una lunga serie da Don Delillo a Jack Kerouac, da Anne Tyler a John Steinbeck (presumo, visto quanto ami il cantautore Bruce Springsteen).
Ma se ti potessi chiedere di discutere insieme di altri autori, saresti disposto? Vorrei fare un percorso simile a 31 canzoni. A parte le musiche, che per me sono molto belle, ho dato Franco Battiato, Tom Waits, Piero Ciampi, Luigi Tenco, Paolo Conte, Lou Reed, Omar Pedrini, Vincent Gallo, Chet Baker, Louis Armstrong, Giorgio Gaber. Direi anche alcune canzoni di rhythm & blues, ma mi limito a Ben E. King, un amore giovanile che non è morto, e alla sua Stand by me, ma pure Otis Redding con (Sittin’on) The dock of the bay. Questa musicofilia potrebeb continuare, ma la voglio circoscrivere per poter dare una motivazione emotiva per canzoni e autori.
Ogni autore è un ricordo, una storia da raccontare e vorrei evitare l’effetto Sherazade, ma preferisco citare i piccoli episodi.

Ci stiamo muovendo su un livello irrazionale, parliamo di sensazioni ed emozioni, perché la poesia va frequentata e solo così possiamo comprendere la scelta delle parole e il linguaggio. La musica, ma vale per l’arte in genere, ci ha aiutato nell’anno del covid.
Nel libro Dove si nasconde la salute, il filosofo Hans-George Gadamer cercava di ridefinire la relazione tra medico e paziente su tre grandi dimensioni: che cosa significa ammalarsi; che cosa significa guarire, i presupposti dell’arte medica.

Lavoro e sicurezza del ruolo e della funzione
“Vorrei sentirmi sicuro” è il risultato delle parole “non è divertente”. A che cosa ho pensato? Al racconto La Mansueta di Fëdor Dostoevskij. Caro lettore, sai quando ho iniziato a pensarci? Dopo aver letto per la terza volta, in tre estati differenti (quindi si capirà bene: tre età diverse), ma tra le variabili da tenere sotto controllo in quello che dico, oltre l’età, c’è la temperatura, tra i 27 e i 34 gradi (si immagini a lavorare in fabbrica!). Mi ritrovo a pensare che non funziona così, il tempo: è un altro concetto su cui ragionare e spesso quello che l’uomo vorrebbe. È un tempo stratifìcato. E lo sappiamo bene perché ce l’ha insegnato Albert Einstein con due equazioni. Più ci troviamo di fronte a una massa più il tempo scorre lentamente, in modo diverso: quando leggo un racconto che mi appassiona, quando lavoro in fabbrica la settimana prima delle ferie di agosto o quando scrivo un articolo pensando a varie esperienze.

Il linguaggio dello scrittore russo – fine psicologo – mi ha portato a riflettere, a pensare che esserci nel tempo presente, facendo i conti con l’esistenza, è quello che più) che psicologi come Hippolyte Bernheim (1887) – è più vicino all’età di nascita del mio bisnonno – e Émile Coué (1923) – in questo caso è più vicino all’età di mio nonno, in vita – ci hanno fatto presente che “l’uomo non è soltanto un animale altamente suggestionabile, ma anche un animale altamente autosuggestionabile”. Presento questo aspetto, perché a volte come gli animali andiamo a ripetere lo stesso errore disfunzionale.
Passeggio intorno alla casa che è appartenuta a miei nonni. Mi fermo e rifletto sulle parole del racconto di Dostoevskij che ho citato in precedenza: parla di relazioni, parla di rischio, sì parla di emozioni. Una persona mansueta è quella che spesso desideriamo: fa quello che diciamo! Nel racconto l’uomo, il marito della signora che si è tolta a vita, inizierà a riflettere su che cosa l’ha spinta all’atto; dovrà parlare da solo, raccontarsi la cosa. E quindi chiarisce ciò che è accaduto, arrivando a questa conclusione: “Chi ero io e chi era lei, sempre piani, piani, la mansueta si ribella, un ricordo orribile, di colpo il velo è caduto, capisco troppo bene, ho tardato soltanto di cinque minuti”.

Dopo gli infortuni nelle organizzazioni succede così. Per il discorso che andremo a trattare dovremo essere molto razionali, come amava dire Cesare De Silvestri, psicoterapeuta cognitivista, riguardo la razionalità: “Essa non basta a risolvere tutti i problemi umani, però soltanto la razionalità ci permette di capire anche questo”.

Che tipo di lavoratori erano i miei nonni? O meglio in che ambienti di lavoro hanno operato? I miei genitori? E io? Potrei fare una lista degli ambienti che ho frequentato per lavoro da giovanissimo fino a che ho 40 anni: università, aziende, uffici, studi professionali, bar, alberghi, discoteche, fabbriche. In tutti i contesti una costante tornava per tutti gli ambienti, per cui tacitamente mi veniva chiesto di adattarmi.

“Adattarsi”, “essere adattativi”: termini della biologia evoluzionista. Che cosa significano? Essere in grado di migliorare la capacità di un individuo di riprodursi e di sopravvivere, è questo il punto. Ma c’è dell’altro. Uso le parole di Daniel E. Lieberman, Professore di Scienze Biologiche: “Gli adattamenti tuttavia sono sempre un costo. Ogni volta che facciamo qualcosa, c’è qualcos’altro che non possiamo fare; inoltre, dal momento che le condizioni sono destinate inevitabilmente a cambiare, cambiano anche i costi e i benefici relativi alle variazioni, a seconda del contesto”.

L’organizzazione come stato d’animo e benessere diffuso
Chi si occupa di sicurezza in un’organizzazione – è questo il termine che vorrei utilizzare da ora in poi, perché l’organizzazione vive il present continuous (per esempio “changing” nelle aziende, possibilità di esprimersi; nell’istituzione possiamo trovare “change”, dove la motivazione è più scarsa, a volte assente) – mi piacerebbe guardarlo come l’allenatore di una squadra di calcio (per il calcio di 100 anni fa, descritto in poesia da Umberto Saba a quello delle squadre di oggi che leggono i dati).
Diceva Franco Scoglio, ex allenatore: “L’allenatore rivelazione? Quello che vince”.

Per le organizzazioni è la stessa cosa: Scienze Sociali, Economia, Scienze Cognitive, sono le tre scienze che ci forniscono metodi, costruzioni di ipotesi e risultati di ricerche. Da qui il linguaggio è plurale. Per parlare di prevenzione non dovremo partire solo dal malessere, ma anticipare il benessere, programmando in anticipo come base positiva della prevenzione.
Quando si parla di sicurezza, abbiamo un primo rischi semantico, perché la parola diventa un contenitore. Facciamoci aiutare dalla lingua inglese e distinguiamo “safety”, cioè la sicurezza come mancanza di pericolo, e “security”, cioè la sicurezza come condizione di protezione. La sicurezza è uno dei cardini dell’organizzazione del lavoro.
Lo psicologo e accademico Enzo Spaltro ci ha insegnato che “l’organizzazione è uno stato d’animo”. A che cosa sono legati gli infortuni e i danni fisici e psichici del lavoro? All’idea di benessere e al clima organizzativo.

Per prevenire gli infortuni bisogna stare bene e sentirsi bene. Il concetto spaltriano è questo: “Il benessere è soggettivo e diffuso oppure non esiste”. Quando non c’è contrasto tra soggetto e organizzazione significa che i passaggi interculturali hanno avuto i loro effetti, dato che oggi la situazione della sicurezza sul lavoro si è aggravata da infortuni di tipo psichico.

Siamo nel Terzo Millennio e come ci fa notare lo storico Yuval Noah Harari: “Le rivoluzioni tecnologiche acquisiranno slancio nei prossimi decenni e metteranno l’umanità di fronte alle prove più difficili in cui si sia mai imbattuta”.

Nel dibattito bioetico contemporaneo rientra la qualità della vita; è molto difficile definirla, ma possiamo considerare le dimensioni sociologiche e psicologiche, analizzando indicatori divisibili in due classi: fattori oggettivi (sicurezza e ordine pubblico, stato di funzionamento dei servizi sanitari, condizioni abitative, condizioni economico-lavorative, livello di istruzione, relazioni sociali, tutele per i soggetti più deboli ed emarginati, livello di libertà, giustizia e democrazia, occasioni ricreative offerte dalla comunità) e fattori soggettivi (grado di benessere percepito sia a livello psicologico sia fisico e sociale, percezione della propria posizione nella vita, nel contesto culturale e di valori – famiglia, lavoro, sessualità, amicizie, salute, hobby, ecc.) – realizzazione delle proprie aspirazioni, autostima). Gli indicatori ci sono utili per dare una cornice di riferimento chiara e precisa, dato l’alone di incertezza intorno al concetto di “qualità di vita”.

Già nel 1993, il sociologo Giampaolo Nuvolati scriveva: “Alla crescente diffusione di questo termine non ha corrisposto nel tempo una precisa definizione del concetto”.
Finora è come se avessi giocato a Tabù, i lettori sanno quali sono le parole che non abbiamo mai voluto dire: “Vita sociale”, “lavoro”, “famiglia”, “io”.

La società WayOut ha condotto una ricerca sapendo che tutti, in questo periodo, siamo impegnati a costruire il profilo delle nostre attitudini necessarie a progettare la nuova coniugazione di competitività e sostenibilità, sviluppo e futuro. Dai dati di ricerca, tra i primi effetti di un periodo di distruption c’è la discontinuità, la riduzione dei punti di riferimento, la generazione di paura e la diminuzione drastica della capacità di visione e di previsione.

Come riorganizzare la propria esistenza e come rimodularla?
Può essere una domanda di richiesta di consulenza psicologica. Il cuore della Acceptance and commitment therapy (una forma di psicoterapia) è: fare ciò che funziona per andare dove vogliamo andare; l’azione guidata dai valori e non vivere con il pilota automatico.
Realizzazione creativa, esperienza e l’atteggiamento verso la sofferenza sono tre aspetti su cui lavorare. È impegno di tutti gli attori nei vari contesti far operare al meglio i professionisti del benessere.

La psicologia e la medicina sono alcuni degli aspetti della vita sociale. Diceva il neurologo Viktor Frankl: “La felicità viene, non piò essere perseguita”.

(Già Pubblicato su “Persone&Conoscenze”- dicembre 2021)